L’irrinunciabile

“Comunque la gente non è disposta a rinunciarci” – si sente spesso questa formula, come una pietra tombale sul discorso, quando si parla di limitare tecnologie o innovazioni il cui utilizzo su ampia scala porta a ripercussioni anche gravi sul piano sociale, culturale o ecologico (o come spesso accade, su tutti e tre questi piani).
“La gente non è disposta a rinunciarci” e il corollario è “…e un motivo ci sarà”. Come a sottintendere che l’idea stessa di ridurre l’uso quotidiano e personale di chessò, smartphone o automobili, sia di per sè una forma di oscurantismo, una mentalità retrograda che mira a togliere agli altri una sorta di diritto acquisito ma ormai fondamentale.

Tutto questo è da tenere in conto, ci mancherebbe. Però è anche ingenuo pensare che ogni nuovo prodotto sia una tappa di una splendente marcia del progresso.
Già prodotto; perchè le cosiddette innovazioni, spesso, sono proprio prodotti commerciali.
“E un motivo ci sarà”, e a ben vedere il più delle volte quel motivo è il marketing. E lo intendo in senso esteso: una macchina enorme, fatta di milioni di persone che studiano e piegano la psiche umana, un leviatano del commercio che bombarda la volontà con messaggi e suggestioni, una lobby senza volto che condiziona governi e politiche internazionali. E tutto per ipnotizzare le masse a nuove, innecessarie necessità.
E’ un intero sistema, a far sì che la gente non sia disposta a rinunciare, anzi non possa proprio farlo.
Non si può stare senza un telefonino, perchè hanno creato un impianto tale per cui senza ‘sto aggeggio rimani tagliato fuori da informazioni e servizi (anche pubblici). Perchè hanno studiato sistemi assuefacenti per tenerci ancorati allo schermo. Perchè hanno veicolato un’irrazionale paura di solitudine nel caso dovessimo restarne senza (come se col telefonino, invece, fossimo in compagnia).
Ancora: non possiamo trascurare troppo la moda, perchè è stato rinforzato il già presente senso classista di giudicare le persone in base ai capi di vestiario che indossano. E perchè è stata alimentata la confusione fra essere e apparire, suggerendo che basta vestirsi fighi per essere persone migliori.
E se non compro a mio figlio la maglietta col personaggio dei cartoni che va di moda, verrà emarginato dai compagni di classe, e finirò col sentirmi in colpa.
Se non ho a disposizione un’automobile, non posso muovermi. Non tanto perchè non siano possibili alternative – bici, treni, autobus; ma perchè le stesse vengono ostacolati dalla viabilità stessa di città e periferie, o dalla carente implementazione di soluzioni pubbliche, per cui alla fine se ho un’auto mi sorbisco il traffico e arrivo, mentre altre soluzioni diventano un’odissea, a volte anche pericolosa. Se vado in bici, rischio la vita nel traffico, e allora prendo l’auto anch’io. Il traffico genera altro traffico.
E’ esagerato pensare che l’urbanistica sia stata condizionata dalla volontà di spingere i consumi di quella che è una delle industrie primarie di molte nazioni?
Magari certe di queste riflessioni possono avere il sapore del complottismo. Ma alla fine, il marketing non è proprio questo? Un grande complotto miliardario, a cui prende parte uno stuolo di persone, a più livelli. E tutto per “non farci rinunciare”.
Qui come altrove, la risposta non può essere individuale, nel magari eroico ma avventurista iniziativa di chi sceglie di “vivere senza” una cosa o l’altra. Per affermare alternative efficienti, l’unica strada può essere sociale e culturale – politica, nel senso nobile che questo aggettivo può avere (e screditarlo è stato un grande passo avanti nel trasformare la società in una massa di individui isolati – di consumatori in preda ai piccoli e grandi incantatori che vendono “progresso”).
D’altronde, se questa macchina del marketing impiega mezzi così colossali per spingerci al possesso compulsivo, non significa forse che altrimenti i consumi calerebbero? Che la necessità non è davvero tale, e che senza l’ipnosi collettiva, l’umanità ritroverebbe forse una via meno ossessiva nei confronti del consumo?
La via alternativa, dunque, non è così impossibile. La smania di acquisto, la pigrizia e l’ostentazione non sono per forza connaturati all’animo umano; altrimenti non servirebbe investire tanto per esacerbarli.
Certo, la strada non è affatto facile, perché il sistema è incrostato sulla nostra società, ormai sul mondo intero, e l’idea di attaccarlo può risultare scoraggiante. Ma anche iniziare a concepire che l’essere umano non è per sua indole un consumatore viziato, mi pare già un passo importante.